Ci fermiamo cinque minuti

Quando torniamo in Italia ci fermiamo cinque minuti, solo cinque. E poi ripartiamo.

Ho lasciato un cerchio appiccicoso sul finestrino blu e adesso sento freddo alla guancia sinistra. Fisso le goccioline rapide, rapide come il treno quando vedo i prati tagliarsi in strisce verdi e righe trasparenti. Un pentagramma. E gli uccelli sui rami dell’elettricità sembrano note che volano veloci, più veloci di me.

Me, che dalla macchina fisso una macchina rossa che attraverso il vetro blu diventa viola ma sarebbe meglio fosse verde, come quei prati.

Chissà in estate a stare qui. La radio, la odio. Sul sedile di dietro sarebbe pieno di amici, in estate. O di borsoni.

Michela dormiva con le gambe su di me anche per cinque o sei ore di fila e papà metteva a ripetizione la stessa cassetta. Mamma non c’era, perché c’era la Calabria e la roccia rossa fuori dalla galleria mi portava nel west dei film che vedeva papà. Tutto infuocato fuori e la galleria nera, dentro.

Pia Stisi

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