Un paio di scarpe

Londra, lungo una strada umida e grigia, in mezzo a tanti piedi, ora mi offre questo vuoto. Una mano afferra le scarpe le alza da terra e le porta via. A terra rimane un insetto e un pezzetto di laccio.

Avranno camminato per strade di campagna e pestato verde bagnato e sassi rotondi. E nuvole grigie e poi tutto, tutto è stato attraversato. Gli alberi gonfi restavano nella pioggia come i palazzi di Londra, ma solo nei campi correvano quelle scarpe. Un bambino una volta le aveva lasciate sull’uscio infangato. Un’altra volta le avrebbe fatte arrivare fino al riflesso arancione della stufa, dove la casa profuma. Lì la lana era ispida e il bianco era sporco e i capelli annodati. Nei capelli neri di quel bambino una volta è rimasto intrappolato un seme.

I pioppi nel traffico fanno nevicare cotone brunito che poi le mie scarpe calpestano. Mentre sono via tutto resta in silenzio nella mia stanza. Il pavimento non suona. E mi accorgo che le piastrelle sono fatte da mille pezzetti di mille pietre diverse. Mi ci stendevo sopra ad agosto. Sotto l’angolo del divano vedevo un profilo di donna e più avanti c’era un solco sottile che sembrava una crepa. L’imbottitura di gommapiuma del bracciolo della poltrona pendeva a sinistra e nella stoffa bianca si era tirato un filo. Mille volte ho iniziato a leggere Peter Pan, ma mi piaceva di più il filo. Tutti dormivano, io non sapevo cosa fosse la noia.

© Pia Stisi

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