Zoom in Hotel room – I

Il cotone del letto su cui è seduta è fresco. Finalmente. La moquette le prude sotto i piedi bollenti e arrossati. La schiena, appiccicosa, rivolta alla finestra. Appena entrata, ha gettato l’abito sgualcito dal viaggio sulla poltrona di velluto verde. Poco più in là, le scarpe che le hanno segnato la caviglia con il cinturino se ne stanno rovesciate a terra come a recuperare fiato dopo tanta strada.

Si è mossa come un automa da quando ha infilato la chiave nella porta numero 267. C’è molto silenzio per essere un hotel. Sente solo la ventola del bagno cieco, piastrellato di ceramica acquamarina. Che poi, mai visto un mare di quel verde. Ma in effetti lei al mare non c’è nemmeno stata mai.

La pancia schiacciata contro le vertebre, per rilassare le spalle, le dà sollievo. L’odore forte di naftalina deve venire dall’armadio. Peggio, dal cuscino. Chissà quante teste pesanti hanno sognato su quelle fibre sintetiche. Nodose e asfittiche, come lei.

Già da qualche minuto fissa un biglietto scarabocchiato, gli occhi ipnotizzati dalle pieghe regolari della carta. Le sue unghie smaltate ne trattengono gli angoli con una forza fuori luogo. Non avrà tempo di aggiustare quella sbavatura di rosso sull’indice destro.

Solo ora si è accorta di avere la mascella serrata. I denti, per il dolore, le sembra pendano nella bocca precari. Forse già in viaggio, assistendo dal finestrino al mutare obbligato del paesaggio senza che ci si possa mai soffermare su quelle strisciate di ocra e verde e grigio e azzurro, assistendo insomma a quella fuga, ha iniziato a serrare il morso.

Le braccia sono fredde e sudate. Deve riuscire a concentrarsi un attimo e calcolare il percorso da quella topaia fino all’indirizzo segnato sul pezzo di carta.

Non ha voglia di camminare ancora, ma il pensiero di dividere il tragitto con uno sconosciuto alla guida di una ridicola auto gialla la agita. No, il taxi no. Avrebbe dovuto sorridere. Fare conversazione, magari. Dare spiegazioni sul suo accento. “E che se ne fa una bella signorina come lei oggi in città?” No, per carità. E poi detesta dialogare con la nuca di qualcuno: lo specchietto retrovisore non basta a mostrare una faccia. Una feritoia attraverso cui si viene spiati, ecco cos’è. Quegli occhi appiccicati là come un adesivo. Meglio i calli ai piedi.

Non ha neppure portato altre scarpe. Di comode, tanto, non ne possiede. “Il tacco slancia la figura”. Sua madre…

Però può cambiarsi d’abito, per quello ha ancora tempo. È che proprio non riesce a staccarsi da quel letto.

Ormai ha imparato a memoria quello che c’è scritto sul foglio quadrettato. Strada, numero civico. Piano. Interno. E un nome.

© Pia Stisi

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